L’Italia è uno stivale e sembra fatta apposta per giocare a calcio.
Già le differenze di nome sono significative: spiritoso, giocoso, vagamente connivente l’appellativo spagnolo; serio, marziale e persino evocativo di nefasti passati quello italiano.
Ugualmente significativa la locazione “standard”. In Italia il calciobalilla è universalmente considerato uno sport da oratorio, e pertanto è spesso relegato in qualche salone da catechismo nei pressi di una chiesa, sorvegliato a vista da qualche suora arcigna. In Spagna si trova generalmente nell’angolo più nascosto dei bar peggio frequentati, coperto dal fumo di avventori giovani e meno giovani, che del divieto di fumare (entrato in vigore dal primo gennaio) se ne infischiano allegramente.
Ma è nella conformazione dei giocatori che il “futbolin” surclassa quello italiano. Le rigide statue rosse e blu con le loro rigide espressioni “ad oscar”, con mani e braccia incollate e trafitte dal ferro a metà fianco lasciano spazio a giocatori molto più realistici, dipinti con perizia da qualche artigiano-artista del “futbolin” che li ha dotati di teste, capelli, espressioni (tutte uguali, sì, ma almeno dai tratti somatici riconoscibili), braccia dinamicamente protese una in avanti e l’altra all’indietro come ad ottenere un equilibrio più stabile (definirlo “effetto di realismo di un giocatore in movimento” è forse eccessivo, ma lo sforzo plastico fatto vale comunque un applauso), e soprattutto GAMBE SEPARATE. Come il pallone riesca a mantenere traiettorie quasi plausibili cozzando sempre di sghimbescio contro un piede o l’altro è un mistero, fatto sta che la palla va spesso dove ci si aspetterebbe che andasse invece che partire per la tangente.
I colori delle divise fanno storia a sé. Per qualche oscura ragione in Italia è ormai dato comune che in un calciobalilla si fronteggino rossi contro blu (un Milan- Inter privato di strisce?), in barba a qualsiasi fede calcistica. In Spagna ci si sorprende nel vedere una squadra bianca contro uno pseudo-Milan a strisce meno fitte: non ci vuole molto a riconoscere nei “blancos” le merengues del Real Madrid, mentre occorre senz’altro più immaginazione per vedere nelle strisce rossonere (in realtà blu scuro) una versione naif del Barcellona. In pratica, il derby di Spagna immortalato e perpetuato ad libitum, come solo nei videogiochi è possibile fare in Italia.
Palla al centro… Si gioca. Ed è qui che
Due scuole, due filosofie a confronto: e intanto, forse grazie anche alla lezione del “futbolin”, Barcellona si gode il sogno della finale di Champions, mentre a noi italiani, per non essere travolti dagli scandali di Moggi & Company, non resta che tornare all’oratorio e affogare le nostre delusioni calcistiche nell’interminabile derby rossi contro blu.