Tuesday, October 31, 2006
LA VENDETTA DELLA CAMISA NEGRA

E’ arrivato il momento della vendetta.
Per anni ci siamo permessi di invadere il mercato musicale e le radio di Spagna con versioni in castillano dei successi dell’estate italiana, tradotte alla meno peggio e cantate con uno spiccato accento italiano, che nel mercato iberico dovevano suonare un po’ come Rocky Roberts che canta “Con tutte le ragazze sono tremendo” o, per citare esempi più recenti, i Backstreet Boys col loro imbarazzante italiano di “Non puoi lasciarmi così”.

E pazienza se esportiamo in Spagna prodotti tutto sommato dignitosi e che il respiro internazionale se lo sono meritato: non fa effetto vedere tra i CD venduti illegalmente da immigrati sulla Rambla l’ultimo CD di Laura Pausini, ormai una consolidata star mondiale, dell’onnipresente Eros Ramazzotti o di Nek, che in Spagna è quasi più famoso che in Italia. Ma, come italiani, non potevamo certo sperare di esportare le “Tre parole” di Valeria Rossi (che sono sempre le stesse tre, anche in spagnolo), la “Cinquanta special” dei Lunapop o la sconcertante “Stop, dimentica” di Tiziano Ferro senza timore di scatenare una pesante controffensiva iberica.

Che quest’anno si è puntualmente verificata.

Basta accendere la radio e attendere pochi minuti ed ecco l’inevitabile vendetta: dapprima concretizzatasi sottoforma di Shakira, che è colombiana e canta le sue “greatest hits” in un mix di spagnolo e inglese, ma che è lì, con i suoi amici rapper latino-americani che dicono in sottofondo “yo, yo”, a ricordarci ogni quarto d’ora che faremmo bene ad abituarci all’idea che d’ora in poi le canzoni da Hit Parade ci colpiranno su scala globale e non solo dall’America o dall’Inghilterra, come eravamo abituati.

A conferma di questa tesi, ecco apparire dal nulla il vero tormentone estivo dell’estate italiana: quel “malo, malo, malo, malo” della misconosciuta Bebe che a forza di “no grites que los niños duermen” ci ha fatto capire quanto le munizioni discografiche provenienti dalla Spagna siano letali e quanto i nostri vicini iberici siano pronti a ribattere colpo su colpo per ogni futuro tentativo di Paolo Meneguzzi, Fabri Fibra o Lollipop che proveremo ad assestare. E pazienza se in Spagna “malo, malo, malo” è stato l’inno di tre estati fa: significa solo che il deposito può contare su anni e anni di munizioni arretrate ed aspetta solo di essere utilizzato a pieno regime. Ancora prima, Juan Esteban Aristizabal in arte Juanes ci aveva dimostrato che gli spagnoli non scherzano: era dagli anni trenta che la “camisa negra” in Italia non andava così di moda.

Non bastano come esempio? Ecco allora l’invasione radiofonica di Julieta Venegas e del suo “Que lastima, pero adios, me despido de ti”: canzonetta che nasconde la sua pericolosità dietro una melodia solo apparentemente innocua, in grado di innestarsi malignamente nella corteccia cerebrale al primo ascolto e lì risiedere pronta ad echeggiare nella mente nei momenti meno opportuni. Oltre il danno la beffa: almeno gli italiani facevano lo sforzo di cantarle in spagnolo, mentre a noi ci rifilano la versione originale, che tanto lo spagnolo è di moda e se ti sforzi riesci anche a capire qualche parola qua e là.

E sì che in passato c’erano stati segnali più che evidenti sul rischio che correvamo ad esportare il meglio del peggio del pop nazionale: ci rifilate “Vamos a bailar” di Paola e Chiara? Beccatevi Las Ketchup con la loro canzone senza senso, e vedete un po’ se riuscite a sfuggire dalla tortura del balletto per minorati. Ci avete appioppato Al Bano e Romina per anni? E noi vi rifiliamo King Africa: “una mano alla cabeza, una mano alla cintura” ed ecco colonizzate non una, ma due, tre, cinque, dieci estate consecutive, e cercate mo’ di replicare voi quel “movimento sexy” che alle donne viene benissimo, agli uomini un po’ meno.

Stiamo allerta: altri tormentoni delle passate estati spagnole (e di questa, perché no?) si preparano ad invadere l’Italia. Siamo finora stati risparmiati da “Tengo una mala noticia, no fue de casualidad”, dai vari David Bisbal e David Bustamante (vincitore di “Operacion Triunfo", un’istituzione in Spagna), ma l’embargo non potrà durare ancora a lungo. Di “Opa, yo viaze un corra”, inno naif e sgrammaticato che dal nulla ha invaso le radio spagnole in primavera, si è già sentita un’imbarazzante versione italiana dal titolo di “Papà, non vivo più in città”, per fortuna confinata ad oggi nelle reclame di qualche suoneria per cellulare.

Insomma: la guerra italo- spagnola tra tormentoni radiofonici è appena cominciata. E l’impressione è che sia l’Italia a dover prima o poi soccombere, travolta da mortali colpi di “Asereje” e di “Camise negre”.

 
posted by staff at 4:20 AM | Permalink |


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