Wednesday, November 08, 2006
L'ORGOGLIO DI ESSERE CATALANI
Succede una cosa strana quando si va a Barcellona per la prima volta e per un certo periodo di tempo, ad esempio per l’Erasmus.
Succede che uno si prepara studiandosi il suo bravo manuale di spagnolo, i verbi irregolari, la differenza tra “ser” e “estar”, i numeri, i giorni della settimana e il terribile “per” che a volte è “para” e a volte “por”. Poi arriva a Barcellona, scende dall’aereo e si rende conto che tutto lo spagnolo che ha faticosamente studiato nei mesi precedenti non gli serve a niente, perché a Barcellona parlano in dialetto parmigiano.
Superato il primo istante di meraviglia e smarrimento, l’improvvido viaggiatore realizza di colpo quello che non si sarebbe mai aspettato: non è su “Scherzi a parte”, e il misterioso idioma che accomuna la massaia al professore universitario, il cameriere e l’avventore del bar di Tapas, l’intervistatore televisivo di Antena 3 e l’arcigno difensore centrale del Barcellona non è una pittoresca versione del parmigiano ma autentico catalano. Una lingua che è completamente diversa dallo spagnolo (definito “castigliano”) e che assomiglia di più a una sorta di fritto misto tra varie lingue di provenienza latina (francese, italiano, spagnolo oltre al latino stesso). Si parla anche in Provenza, nel sud della Francia, o meglio si parlava prima che qualche governo sciovinista lo proibisse e lo estirpasse. Si parla in alcune zone della Sardegna. Si parla, un po’ cambiato, nelle Baleari (quando non sono invase di italiani). Non si parla a Parma anche se a prima vista potrebbe sembrare simile, ma il viaggiatore che si aspettava una vita facile dopo aver studiato tutto lo spagnolo di questo mondo ha ragione ad essere infastidito: il castigliano sarà utile per il primo viaggio a Madrid, o al limite per capire i testi delle canzoni di Ricky Martin o Shakira.
Capita quindi che a Barcellona i menù dei ristoranti più autentici siano scritti SOLO in catalano. Che alcune radio e televisioni offrano una programmazione totalmente in catalano. Che, addirittura, molti corsi universitari delle principali università siano tenuti in catalano. E che la gente ci tenga parecchio: tanto che se vi rivolgete ad un catalano con uno spagnolo stentato, allora è meglio farlo direttamente in italiano, che qui è sempre benvenuto, oltre al fatto che alcune parole sono molto più simili rispetto al castigliano: mangiare è “mangiar”, non “comer”; parlare è “parlar”, non “hablar”. Bilinguismi, si chiamano: essere in grado di parlare indifferentemente un linguaggio o l’altro con la medesima disinvoltura, se non con la medesima voglia.
Il catalano tipo si sente molto legato alla sua terra e, a maggior ragione, alla sua lingua. Forse è un contrappasso più o meno involontario del regime franchista, quando il Generalissimo, in un poco illuminato tentativo di imporre alla nazione Spagna una sola lingua comune, proibì il catalano stabilendo la detenzione ed altre pene severissime a chi lo parlava negli ambienti pubblici, e nascondendo nel contempo spie in borghese in scuole, ritrovi ed associazioni. Naturalmente tutti on Catalogna continuarono a parlarlo in segreto, e non si piegarono mai fino in fondo alla dittatura.
Il fatto è che in Catalogna lo stesso concetto di nazione-Spagna è spesso messo in discussione. C’è poco da fare, i Catalani si sentono più Catalani che Spagnoli: sono un popolo con una storia, una bandiera, una lingua, una visione del mondo ben diversa da quella del resto di Spagna. Così diversa da avere un proprio governo, eletto mediante elezioni (le ultime delle quali si sono svolte nei giorni scorsi) in cui possono votare solo i cittadini residenti in Catalogna. Un governo che, nei mesi scorsi, ha anche lottato per imporre al governo centrale di Madrid uno “Statuto di Cataluna”, in cui vengono riconosciuti ed ampliati alcuni diritti della comunità autonoma catalana. E che, c’è da scommettersi, continuerà a combattere per strappare privilegi alla “Roma ladrona” in versione iberica, rappresentata, più che da Madrid, dal Sud di Spagna, dove la gente ha fama di prendersela comoda e di aspettare le sovvenzioni che piovono dal nord.
Insomma, c’è poco da fare: in quanto a stereotipi, tutto il mondo è paese.
 
posted by staff at 5:40 AM | Permalink |


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