Tutti abbiamo un amico che ha avuto la fortuna di partecipare a un matrimonio in terra iberica e ne parla come dell’esperienza di una vita, ripetendo fino allo sfinimento (non senza un certo orgoglio) aneddoti di bevute, balli scatenati, donne calienti ed eccessi di ogni tipo- tanto che sembra sempre di sentire come sottofondo musicale Ricky Martin che canta “Livin la vida loca”.
La cosa che nessuno si può però aspettare (vista anche la più che probabile fama di “pallonaro” impenitente che circonda il vostro amico) è che ci sono molte possibilità che, in questo specifico caso, vi sta raccontando la verità. Per un motivo ben preciso: perché gli Spagnoli, per le feste, non sono secondi a nessuno. E figuriamoci, se già fanno numeri da circo per le feste religiose, quello che riescono a combinare in occasioni ben più mondane e invitanti come i matrimoni.
Rispetto a molte nozze italiane, le “bodas” iberiche partono già con un vantaggio: nessuno vi guarderà male se durante il banchetto intonerete a squarciagola un inno corale come “Romagna Mia”, “Osteria numero otto” o qualsiasi altra ballata da osteria. Anche perché ci sarà sicuramente qualcuno che si sarà già fatto compatire ben più di voi, per quanto vi possiate impegnare in questo senso.
Le nozze spagnole iniziano con un simpatico rituale la sera prima del matrimonio. Mentre un “padrino de boda”, in rappresentanza dello sposo, si reca a casa della sposa con il pretesto di leggere una poesia per controllare che lei non mediti fughe all’ultimo minuto, parenti e amici dello sposo si ritrovano da lui con il nobile ed esplicito intento di farlo sbronzare nel modo più umiliante possibile. Tra loro c’è sempre una figura che incute rispetto: l’esperto di “fuegos y petardos”. Chi si aspetta una pirotecnica esibizione di fuochi di artificio rimarrà deluso: l’esperto dei fuochi si limita a provocare ogni tanto lo scompiglio generale facendo esplodere a tradimento grossi e rumorosissimi petardi.
Dopo tre petardi tutti sono sordi, le conversazioni diventano quasi superflue e gran parte degli invitati ha rischiato l’infarto, ma l’esperto dei “fuegos” continua imperterrito il suo arduo lavoro, e tutti ne approvano l’operato senza nemmeno sognarsi di farlo smettere prima del seicentesimo razzo. I “petardos” saranno d’altra parte la colonna sonora ufficiale delle nozze. E, quando gli sposi usciranno dalla chiesa, giungerà l’attesissimo momento della “Traca”, un infernale ammasso di contenitori di polvere pirica che produrrà un boato talmente rumoroso che per un istante vi chiederete se siete in Spagna o in Medio Oriente.
Da parte degli sposi, la preoccupazione maggiore è quella di procurarsi i pullman. Già, perché diversamente dai matrimoni di casa nostra, parenti, amici e qualunque essere anche vagamente vivente sia stato invitato si recherà alla “boda” a bordo di un confortevole bus: solo in questo modo avrà la matematica sicurezza di potersi assicurare una sacrosanta e meritata “emborrachada” (la classica sbronza di casa nostra, ma detta in un modo più esotico) senza doversi preoccupare del viaggio di ritorno.
Tutti a parte l’autista dell’autobus, poveretto, che in effetti in tutte le “bodas” è sempre la figura più triste.
Nella cattolicissima Spagna la maggior parte dei matrimoni viene celebrata in chiesa, possibilmente il sabato pomeriggio (ma se dopo il ristorante non ha posto, si può sempre rimandare al venerdì; la domenica è meglio di no, che il lunedì si lavora). In Italia è prassi che chi non condivida la religiosità degli sposi li segua comunque nella chiesa e partecipi alla messa con la dovuta attenzione. In caso di carenza di afflato religioso, gli spagnoli tagliano la testa al toro (del resto sono abituati) e adottano una differente strategia: di norma il gruppo degli invitati segue gli sposi fino alla soglia della chiesa, dopodichè i “guelfi” imboccano la direzione dell’altare, i “ghibellini” quella del bar più vicino alla chiesa. Da una parte i salmi, le letture e gli osanna; dall’altra le discussioni sul Real Madrid, la lettura del quotidiano sportivo, i primi canti da osteria.
Ci si ricongiunge fuori, nel sagrato, quando il rito (laico) del lancio del riso mette tutti d’accordo: cominci la festa!
E il rito religioso? Abbastanza simile a quello italiano, in realtà. Ci sono le invocazioni ai pittoreschi santi locali, ci possono essere i canti locali e tradizionali al posto del più gettonato trio di organo / violino / soprano di casa nostra, ma la sostanza rimane quella. Con un’eccezione: allo scambio degli anelli si affianca quello delle “arras”, dodici monete che rappresentano il salario annuale che gli sposi si scambiano a simboleggiare il reciproco impegno a condividere con l’altro non solo le cose spirituali, ma anche quelle materiali.
Il resto del matrimonio è, in apparenza, simile ai matrimoni di casa nostra: colossale banchetto, “bromas” (scherzi) più o meno crudeli degli amici della coppia, alcol che scorre a fiumi, attese interminabili tra una portata e l’altra, fino all’ingresso della torta di nozze, che viene tagliata dagli sposi con pesantissimo tradizionale spadone iberico. Tutti i commensali di sesso maschile ricevono in omaggio un sigaro, con buona pace di Sirchia.
Finite le formalità, ci si scatena in balli rigorosamente iberici che hanno qualche must che nessun matrimonio può evitare: le Greatest Hits (in spagnolo) dell’amatissima Raffaella Carrà, i popolarissimi Alaska y Dinarama, David Bisbal, le “esportate” Ketchup, e l’immancabile “paquito el chocolatero”, un ballo le cui mosse fanno impallidire per tristezza quelle della “Macarena”
Ormai è notte fonda. Notte fonda nel senso spagnolo del termine, vale a dire che tra pochi istanti inizierà ad albeggiare. Gli invitati raggiungono il pullman come possono: chi è in grado di camminare aiuta i più barcollanti, tutti sono accomunati dalle guance rosse, gli occhi gonfi ma soddisfatti, i vestiti “buoni” sgualciti, il trucco ormai colato dopo ore di canti e danze sfrenate.
Giovanissimi, giovani, meno giovani e ottuagenari salgono per tornare al luogo del rendez-vous. Finisce qui? Certo che no. C’è ancora tempo per una serie di canti popolari che vengono intonati da una parte all’altra del pullman riscuotendo una partecipazione pressoché unanime. Testi che si perdono nelle antiche tradizioni popolari iberiche e trasudano saggezza da ogni lettera: “Una sardina, dos sardinas y un gato”; “para ser conductor de primera”; “Carrascal”, “hola don Pepito, hola Don José”.